Tina non va a scuola
Tina non sta andando a scuola da diversi giorni. La cosa mi stimola, senza che io lo voglia, un atteggiamento paternalista nei suoi confronti. Riesco a relazionarmi con Tina solo quando riga dritto e non manifesta gli squilibri tipici della sua età. Mi telefona alle 11 del mattino e io non riesco a fare a meno di pensare che le dovrei dire qualcosa per convincerla ad andare a scuola. Vivo le sue telefonate mattiniere con come una sorta di provocazione. Oh, sia chiaro, non le faccio pesare nulla delle mie paranoie, ma quando faccio così mi viene voglia di non vederla. Non per altro, ma perchè è l’unica soluzione per allentare le mie pretese pseudogenitoriali. La mia collega Francesca dice che tutto ciò è normale e che dimostra semplicemente che sono affezionato a Tina. Tina, so che leggi questo blog. Torna a scuola. Devi studiare!
Piove
Ma è stata comunque una bella giornata a quello che ormai chiamo il mio quartier generale a Garbatella. Un nuovo cliente ci ha sottoposto delle nuove liquirizie a forma di barbapapà. Per il copy non è stata dura arrivare alla definizione corretta del prodotto: ‘Barbaliquirizie’. Per i beta tester come me è andata altrettanto bene. La formula base è simile a quella di quel tipo di liquirizie che chiamano scaraffoni. Un po’ mentolate e mediamente dolci. Non ho proposto modifiche alla ricetta, e mi sono opposto ad una mozione che voleva ricondurle alla formula delle Haribo. Il packaging sembra l’unico scoglio ancora irrisolto. Credo che ne verrà fuori un buon successo commerciale. Peccato solo che per ora il mercato italiano sembri non interessare al cliente. La Francia sarà il paese pilota. Altro»Tina dice che la mia idea del blog è una cazzata. La convincerò del contrario, o perlomeno non lascerò nulla di intentato.
Vi presento Tina
Forse è venuto il momento che vi racconti come ho conosciuto Tina. Tina è quella che letterariamente si definirebbe la mia giovane amica. Il che tecnicamente è vero visto che ha 10 anni meno di me, ma siccome io ne ho 27, la differenza di età non rappresenta quasi un elemento rilevante nel nostro rapporto. Comunque, no, non faccio nulla di illegale con lei, se il vostro pensiero è subito corso ai problemi giuridici del fare sesso con minorenni.
Tutto fra me e Tina è cominciato con una violenta minaccia alla sua incolumità fisica mentre eravamo in mezzo ad una strada. D’altronde stavo impazzendo. Non riuscivo più ad essere certo che quello che mi stava succedendo fosse reale o parto della mia mente. Avevo notato ormai da due settimane questa ragazzina che incrociavo “casualmente” sempre più spesso durante la giornata. Il che non era normale perché in una città come Milano (dove allora abitavo) una persona la puoi incontrare una volta e con il massimo delle probabilità non la rivedrai mai più per il resto della vita.
Invece questa giovane ragazza biondina compariva all’orizzonte, sbucava da dietro un palazzo, scendeva da una metro o da un tram. Io la vedevo con la coda dell’occhio e lei scompariva. Per farla breve Tina mi seguiva. Mi pedinava. Un giorno in particolare ho avuto paura, è stata una sera in cui tornando a casa mi accorsi che l’avevo alle spalle da ormai un ora. Non volevo essere paranoico, ma perché una persona dovrebbe seguirti? Fino a casa poi. E’ leggittimo pensare che ti voglia o possa fare del male. Ma io non avevo nemici, o almeno non quel tipo di nemici che ti vogliono fare fuori o vogliono raccogliere delle informazioni sul tuo conto. Sono solo un consulente alimentare, mi dicevo. Nessuna holding dell’agrotecht potrebbe essere interessata a me. Sapevo che nel nostro ambiente esisteva lo spionaggio industriale, ma non avevo l’immodestia di pensare di essere un obbiettivo interessante per chi che sia.
Quando infine mi decisi a fare io la mossa opposta, cioè provare a seguiere lei, non mi ci volle molto per braccarla in un angolo in un incrocio del centro. Ero agitato e volevo spiazzarla e terrorizzarla, perché mi sembrava l’unica soluzione per avere quello che volevo sapere. La presi per il bavero del giubbotto. «Stupida puttana, dimmi perché mi segui e chi ti manda e fallo ora perché poi conto fino a tre e dopo qui sarà una pozzangera si sangue piena dei tuoi dentini da latte», minacciai con una violenza che stupì anche me. Non vi fu dubbio che il mio assalto alle spalle la soprese e la spaventò, ma riuscì comunque ad uscirsene con una battuta. «Senti Bruce Willis non farmi del male ti prego, se ti calmi ti spiego tutto, mi hai scoperta, ok, ma ti assicuro che non c’è nessuno che mi manda, ho fatto tutto da sola ti giuro, non farmi del male, ti posso spiegare tutto». Le dissi di dirmi tutto e di farlo in fretta, e la minacciai nuovamente. Nella mezz’ora che seguì venne fuori che Tina stava facendo una sorta di gioco letterario con una sua amica, entrambe stavano pedinado una persona e raccogliendo tutte le informazioni possibili. Io ero stato scelto dal caso o meglio da Google. Aveva visto il mio profilo nel sito della mia compagnia per pura combinazione e la storia di uno che “assaggia merendine” per lavoro le era sembrato sufficientemente bizzaro e curioso per poterci scrivere sopra la sua parte di racconto. La seconda parte ovviamente toccava alla sua amica che doveva fare altrettanto con un altro sconosciuto, che però doveva essere una donna. Le due storie reali, cioè le vite mie e dell’altra protagonista, si sarebbero poi incontrate artificialmente nella scrittura a due mani del racconto dove i due protagonisti avrebbero avuto una sorta di storia d’amore. La mia partener reale e immaginaria allo stesso tempo, faceva un lavoro altrettanto curioso agli occhi di Tina e della sua amica, era la dietologa dei pesci dell’acquario cittadino.
Quando Tina finì il suo racconto, mi sembrò una storia balorda la sua, ma mi convinsi che doveva corrispondere al vero. Venne fuori che sapeva moltissimo di me, era stata un agente per molti versi impeccabile, (anche se se nel pedinaggio era un po’ scarsa visto che mi ero accorto abbastanza in fretta della sua presenza) era arrivata addirittura a ispezionare in almeno tre occasioni i sacchetti dell’immondizia che gettavo nel bidone sotto casa. «Certo che non hai proprio meglio da fare!», la arringai con poca convinzione, aggiungendo con ancor minore credibilità paternalistica: «Alla tua età bisognerebbe passare il tempo a marcire sui libri di scuola». Mi guardò con un sorrisetto arrogante e intelligente, sapeva benissimo che la sua storia aveva avuto successo su di me. E così che siamo diventati amici.
Il mondo e’ di chi lo ama
Cammino dritto, con le mani in tasca, lo sguardo fisso in fronte a me. E’ un aprile strano questo, più serio e severo di quanto ci si potrebbe aspettare. Ogni persona che incrocio sul mio cammino mi sembra una sfida che mette in discussione la mia identità. Il 20enne con lo zaino e l’espressione del tipico backpacker che preferisce girare il mondo che farne parte; il 25enne cinico e introverso chiuso nel cappuccio di un giubbotto stiloso – frutto di una lunga ricerca fra negozietti e bancherelle – che sa che sa di essere troppo intelligente per invischiarsi nei battibecchi della cronaca politica, ma sa anche che è troppo stupido o insufficientemente forte per pretendere di cambiare il mondo. E poi ecco arrivare la ragazza appena maggiorenne con la patente fresca di emissione in tasca e piena dell’ottimismo dei soldi, ma segretamente consapevole che i suoi fasti, la sua nuova Smart regalata da mamma, e le sue scarpe griffate, non sono nemmeno il frutto del lavoro di suo padre, ma di suo nonno. Sa che il suo status è in decadenza, che non sarà in grado di replicare i successi della sua famiglia: le rendite sono un patrimonio da tenere stretto e già invecchia prima del tempo in quella piccola ruga sul volto che denucia un egoismo prematuro, e beve con gli amici, un po’ per non pensare, un po’ perché le piace.
Ogni persona che procede nel verso opposto al mio mi sembra un pezzo d’Italia, della storia recente di questo paese, e io mi sforzo di capire come il mio ruolo e la mia storia sia riassumibile in poche righe. Mi angoscia la domanda: che cosa fa di me un uomo del mio tempo? Sicuramente una risposta c’è, ma io non la vedo e ritorno ossessivamente a pensare al nuovo snack che stiamo ipotizzando con il team “ricerca e sviluppo”: un packaging talmente evoluto, che bastano due dita per sfoderare la barretta di cioccolata fuori dal suo involucro. Nella mia mente l’unica vera rivoluzione che si profila all’orizzonte è quella di una merendina che finalmente si apre con una sola mano. Domani il 55 milioni di italiani si recheranno nelle loro vecchie scuole, verranno presi dalla nostalgia dei tempi delle superiori, e poi eleggeranno un nuovo governo. E io continuo il mio viaggio egocentrico nella tecnologizzazione delle merendine.
Stragisti
Ops, nuova stagista in ufficio. Il mio collega Francesco si è malvagiamente divertito a farle assaggiare il Piciu-toro, un prototipo di barretta ai cereali cinese “definitely disgusting” come direbbe Chiara (una collega inglese di cui vi dovrò raccontare a lungo..). Ma il mio collega non poteva immaginarsi la reazione della stagista che, dopo aver assaggiato e riassagiato tutto in maniera zelante, ha capito che la stavano tirando in mezzo, e non ha masticato l’offesa in silenzio. «Senti, forse tu credi che gli stagisti siano cavie umane su cui testare la tossicità dei tuoi prototipi, ma sappi che io sono contro la vivisezione e non solo quella degli animali». Per pura coincidenza in quel momento stava passando il boss supremo, che non è riuscito a trattenersi fra i denti un sorriso, riuscendo però a reprimere una risata evidentemente spontanea.
Fuck China 2
Beh, almeno spero che questa toccata e fuga in Cina mi dia ispirazione e materiale per qualche bel post su questo blog.
Fuck China
Maledizione. Mi rimandano in Cina, è la terza volta in un anno. In sé sarebbe una bella notizia: un viaggio di lavoro in un paese esotico. Ma il fatto è che sto giù tre giorni in tutto. Come le altre volte non riuscirò neppure a farmi un giro per Shangai. Vedrò solo gli uffici e farò il pieno di snack schifosi e di marketing optimization.
Dance Dance Dance
«Dai non te la prendere, che differenza fa, vero o falso che sia, il racconto di una persona si incarna comunque in un’immagine mentale: non sarà mai reale in ogni caso», mi dice Sara.
«Bel sofismo del cavolo: la verità è che mi hai raccontato un sacco di balle sulla tua vita, adesso non sono più nemmeno sicuro che ti chiami Sara».
«No, quello è il mio vero nome, pensaci: se mi fossi inventata anche quello almeno avrei usato qualcosa di più originale».
La discussione è proseguita su questo tono per qualche dieci minuti, e io mi sono finto scandalizzato più di quanto non lo fossi realmente. Il fatto che Sara si sia inventata una storia della sua vita completamente diversa da quella reale in fondo mi faceva divertire, e come mi ha detto lei per giustificare questo gioco bizzarro durato mesi: «La verità è noiosa».
Ah, dimenticavo di presentarmi e di giustificare perché sto scrivendo qui, su questo blog. E’ la prima volta che scrivo su un blog, mai nemmeno un commento su altri blog, mai interessato al fenomeno. Ma da quando mi sono trasferito a Roma, tre settimane fa, ho cominciato a sentire l’esigenza di tenere un diario delle mie esperienze, e visto che ormai è inaccettabile farlo su un comune diario cartaceo, mi sono deciso di fare questo balzo nella blogsfera. Di che parlerò? Boh, intanto vi ho raccontato questo aneddoto di Sara, una amica conosciuta per caso in treno 6 mesi fa. Comunque direi di fare un passo alla volta, per ora direi che parlerò di quello di interessante che mi succederà nella capitale. Hello World, hello blogger
